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Sigaretta elettronica in carcere: la rivoluzione è anche lì

Sostituire la sigaretta elettronica a quella tradizionale nelle carceri potrebbe risolvere moltissimi problemi collegati al fumo e alla dipendenza. In alcuni Paesi, come il Regno Unito, i regolamenti si stanno adeguando a questa nuova realtà, mentre l’Italia resta ancora indietro.
Sigaretta elettronica in carcere: la rivoluzione è anche lì
  1. I problemi del divieto di fumo in carcere
  2. Esperimenti di vaping in carcere in Italia
  3. Il successo delle e-cig in carcere in Europa
 

Il fumo per molti è una necessità indotta dalla dipendenza. Per questo, in alcuni casi particolari, il divieto di fumo può causare dei problemi, ben diversi dai danni del tabagismo ma forse altrettanto pericolosi. Ci riferiamo, per esempio, al divieto di fumo vigente nelle carceri più o meno in tutto il mondo.

Fortunatamente, da qualche anno, la cultura della prevenzione e della libertà dal fumo e le nuove tecnologie hanno permesso di usufruire della sigaretta elettronica, sfruttandola come mezzo innovativo per liberarsi dal fumo tradizionale. Pian piano, il vaping sta entrando anche nelle carceri, per migliorare la vita dei detenuti fumatori e anche non fumatori.
 

I problemi del divieto di fumo in carcere

In generale, quasi tutto il mondo condivide il problema relativo al fumo in carcere. Trattandosi di uno spazio chiuso, infatti, all’interno di una prigione vige il divieto di fumare e talvolta il fumo viene limitato all’ora d’aria e agli spazi aperti.

In apparenza, questa situazione non dovrebbe essere deleteria ma salutare, eppure le cose non stanno proprio così. Tutti conoscono gli aspetti negativi dell’astinenza da nicotina (come da altre sostanze): da un lato, il pensiero si concentra solo sul modo di procurarsi una sigaretta o qualcosa che soddisfi quel bisogno immediato, e dall’altro lato crescono il nervosismo, l’ansia, l’irritabilità e in qualche caso anche i comportamenti violenti.

I detenuti ai quali viene impedito di fumare, e che magari prima erano fumatori accaniti, provocano risse e manifestano atteggiamenti aggressivi e impetuosi verso i compagni, la famiglia e gli amici in visita, e gli stessi addetti della polizia penitenziaria.

Inoltre, spesso provano a fumare quello che trovano, nel tentativo di riprodurre il piacere delle bionde: bucce di banana, bustine di tè, addirittura cerotti alla nicotina. Il che ha provocato e continua a provocare danni immediati da ustione e incendi, e in moltissimi casi anche qualche grave malattia sul lungo periodo, soprattutto affezioni a carico dei polmoni e del sistema respiratorio.

Esperimenti di vaping in carcere in Italia

Tra tutti gli Stati d’Europa, l’Italia è quello in cui la situazione dell’ambiente carcerario è senza dubbio la peggiore: i problemi derivanti dal fumo e dal suo divieto si aggiungono a una lunga lista di disagi e carenze di cui soffrono i carcerati nel nostro Paese.

Sotto questo punto di vista, però, l’Italia è anche stata tra i pionieri del tentativo di portare il vaping nelle prigioni. Per via dell’impegno del Partito Radicale, noto da anni per le sue spinte (talvolta controverse) alla riforma generale del nostro sistema carcerario, i politici italiani, il Parlamento e i tecnici del governo e dei ministeri si sono assunti più volte l’impegno di portare avanti il progetto dello svapo tra i detenuti.
 

L'esperimento

In particolare, nell’ottobre del 2016 l’onorevole Rita Bernardini, di concerto con il direttore dell’amministrazione penitenziaria Santi Consolo, ha ottenuto che ai carcerati della prigione lombarda di Voghera fossero distribuite 50 e-cig gratuite. Questo allo scopo di tutelare la salute e il benessere dei fumatori e, soprattutto, di quei non fumatori che si trovavano costretti a condividere tutto il loro quotidiano in una cella sovraffollata con dei compagni tabagisti.

Già due mesi dopo, nel dicembre 2016, il direttore Consolo ha diramato una circolare a tutti gli istituti penitenziari in cui annunciava il via libera, ottenuto direttamente dal Ministero della Sanità, alla distribuzione e all’uso della sigaretta elettronica, finalmente autorizzato all’interno delle celle, degli spazi comuni e degli uffici riservati al personale penitenziario. Ogni direttore, dunque, avrebbe potuto da quel momento in poi stabilire se accettare o limitare l’uso delle e-cig nella propria struttura penitenziaria.
 

I limiti del progetto

In apparenza, si è trattato di una vittoria che ha concluso l’iter dell’accettazione dello svapo nelle mura del carcere. Ma in realtà il progetto era solo agli inizi. Non se n’è più parlato, infatti, al di là di iniziative isolate da parte di qualche singola amministrazione carceraria.

Pare infatti che i tecnici preposti a valutare il progetto di vendita delle e-cig in carcere abbiano lamentato la presenza di un filo elettrico di ricarica potenzialmente pericoloso per via dei cortocircuiti, anche in considerazione del grave sovraffollamento delle prigioni.

Tale problema, per quanto oggettivo, sarebbe facilmente risolvibile munendosi di e-cig con una basetta di ricarica USB. Tuttavia la nostra burocrazia ci ha messo del suo: a quanto pare non è stato possibile fino ad ora reperire una quantità sufficiente di sigarette elettroniche prive di filo di ricarica e vendute da un fornitore affidabile.

Dunque nonostante il documento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e malgrado alcune pressioni esercitate dal sindacato dei lavoratori del penale e da personalità del settore (come Vincenzo Donvito, presidente dell’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori), l’idea di introdurre le e-cig nelle carceri italiane è rimasta lettera morta fino a oggi.
 

Il successo delle e-cig in carcere in Europa

In molti altri Paesi (soprattutto europei) sono stati sperimentati diversi regolamenti e normative che permettessero la diffusione di e-cig al posto delle sigarette tradizionali, garantendo ai detenuti la possibilità di svapare in tranquillità ogniqualvolta lo desiderassero.
 

Il caso del Regno Unito

Lo Stato europeo in cui sono stati fatti i passi avanti più notevoli in questo campo è senza dubbio il Regno Unito; in generale, le isole britanniche si sono dimostrate sempre molto aperte nei confronti dello svapo, e il resto del mondo ha molto da imparare dai domini della regina.

In alcuni istituti penitenziari dell’Inghilterra e del Galles sono stati avviati nel 2015 dei progetti pilota che prevedevano la vendita e il libero uso delle e-cig dentro le mura del carcere.

I risultati sono stati fin da subito promettenti: secondo i dati del Ministero della Giustizia inglese, in quattro mesi i detenuti hanno acquistato oltre 16.000 sigarette elettroniche, e in un solo mese sono stati venduti 40.000 pacchetti di sigarette in meno. Un successo strabiliante insomma, specie se si considera che nelle carceri le sigarette analogiche sono preziose anche come moneta di scambio, e non solo come prodotto in sé.

Iniziative analoghe hanno avuto luogo in Scozia, in Irlanda e nell’Isola di Mann tra il 2016 e il 2017. Sulla piccola isola britannica, in particolare, è stato sperimentato un modello di e-cig usa e getta creato appositamente per uno svapo sicuro in carcere.

Inutile dire che, anche in questo caso, il successo è stato impressionante. I detenuti si sono dimostrati in media più tranquilli, e gli atti violenti o in violazione dei regolamenti carcerari sono diminuiti del 60% circa, al pari delle ustioni dovute al fumo di prodotti impropri.

Inoltre, un 25% in più dei detenuti ha deciso di intraprendere un percorso per abbandonare il vizio del fumo grazie alla ecig, e lo Stato ha risparmiato diverse migliaia di sterline l’anno, a paragone col costo dei trattamenti a base di nicotina utilizzati in precedenza.
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Il caso della Francia

Seguendo l’esempio del Regno Unito, peraltro, l’anno scorso anche la Francia ha deciso di tentare la via della sigaretta elettronica per migliorare la situazione delle prigioni.

Grazie alla collaborazione di diversi ospedali, di associazioni di svapatori e della locale corte di giustizia, nel carcere di Caen sono state distribuite circa 1.000 e-cig nel corso di iniziative formative rivolte ai detenuti e al personale penitenziario. Il settore pubblico della regione ha recepito il valore potenziale di questa proposta e ha subito stanziato circa 50.000 euro per finanziarne di simili.